Partecipazioni industriali nel campo della Difesa e della sicurezza

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Partecipazioni industriali nel campo della Difesa e della sicurezza

Messaggio Da Ospite il Ven Giu 24, 2011 3:50 pm

Questo è un argomento molto delicato e complesso, perciò apro questo topic che col tempo andrà a toccare vari argomenti. Comincio con quello degli offset militari.
Un settore da riformare sicuramente, sia a livello continentale (ma come già detto nel programma di politica estera si deve arrivare ad un sistema di procurement, ovvero quel sistema attraverso il quale si comprano i sistemi bellici, unico) che in particolare italiano.

http://it.wikipedia.org/wiki/Partecipazioni_industriali_militari
http://www.eda.europa.eu/offsets/

Detto in soldoni con offset industriali si parla di quando una nazione per acquistare X vuole in cambio Y.
Anche se non è il caso più adatto si può dire che nel programma F-35 in cambio dell'acquisto dell'F-35 l'Italia otterrà come offset industriali tecnologie, partecipazioni alle produzioni ed una linea di montaggio.

Ovviamente l'uso degli offset può essere usato anche in maniera distortiva del mercato (per esempio protezionistica), cosa che si fa particolarmente sentire da quando esiste la CEE (infatti il settore della difesa è escluso dalle normali norme a cui invece ci si deve attenere per ogni prodotto, tant'è che le nazioni che devono acquistare materiale militare non devono per forza di cosa indire una gara, cosa che a mio dire può anche andare bene, ma solo nel breve-medio periodo, ovvero fino a quando non ci sarà una integrazione anche minima degli strumenti militari, non nel medio-lungo quando ciò diventerà insostenibile).

Nel caso italiano del sistema degli offset in particolare è da segnalare la bassissima informazione disponibile su questo capitolo che è poco regolamentato e lasciato molto ad accordi di volta in volta.

In particolare dal sito dell'EDA si evince che:
la base per cominciare a parlare di offset è di 5 milioni
con offset che variano dai 70 ai 100 milioni
e con offset di tipo diretto (ovvero partecipazioni dirette delle nostre aziende) per i programmi più importanti.
Le penali sono di circa il 10%
Eventuali clausole sono decise di volta in volta e tutto il sistema dipende dal Segretario Generale per la Difesa ( http://www.difesa.it/segretario-sgd-dna/sgd-dna/Pagine/default.aspx ) e quindi escluse generalmente dal dibattito pubblico.

A livello europeo la questione si fa complessa in quanto comporterebbe una revisione dell'art. 416 (comunque già implicitamente prevista nel nostro programma).
Non di meno l'EDA ha creato un codice di condotta, non vincolante, per gli offset sottoscritto da tutti i paesi dell'UE (salvo la Romania), ma con l'aggiunta della Norvegia.

A livello italiano sicuramente il problema più grande è che mancano delle linee guida legislative sulla questione offset al contrario di molti altri paesi, oltre che per l'appunto è materia su cui raramente si riesce a sviluppare un dibattito aperto.
Come proposta che mi sentirei di fare fermo restando il programma di politica estera, proporrei:
la traduzione in norma legislativa del codice italiano del codice di condotta dell'EDA.
Che i termini generali di tutti i contratti sopra i 5 milioni di euro siano resi pubblici, con indicazioni in particolare delle aziende a cui sono affidate le forniture e l'ammontare di questa e di eventuali offset.
Obbligo di gara per forniture sopra i 5 milioni di euro (qualora comportino l'acquisto di materiale non sul mercato, ovviamente fare una gara per acquistare del materiale già sul mercato come potrebbero essere mezzi di seconda mano ad esempio non ha molto senso) qualora non comportino un programma di sviluppo e ricerca pregresso al quale il ministero della Difesa non abbia partecipato tramite finanziamenti (un programma finanziato dal ministero della istruzione e ricerca per esempio non rientra in questa categoria).

Ovviamente ciò ha dei contro e dei pro: i pro sono facili da individuare, i contro al più rientrano in un aumento dei costi in quanto le gare ovviamente hanno un costo.

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Ristrutturazione Fincantieri

Messaggio Da Ospite il Mer Lug 27, 2011 10:35 am

Ultimamente si è parlato molto di Fincantieri a causa del piano di ristrutturazione, poi ritirato, fortemente osteggiato dai sindacati.

Rimane il fatto che attualmente la maggior parte dei cantieri di Fincantieri sono obsoleti, senza possibilità di espandersi (perchè qualcuno molto intelligentemente ci ha fatto costruire le città intorno) e troppi rispetto alle necessità (anche dei periodi migliori).

I cantieri di Fincantieri infatti sono 8 più due stabilimenti per la produzione di componentistica, quando ne basterebbe sì e no la metà, però realmente moderni (alcuni dei cantieri oggi operativi sono degli ottimi esempi di archeologia industriale) e produttivi.

Di questi 8 cantieri, 6 sono per la produzione civile e 2 militare.

Attualmente Fincantieri è controllata dalla controllata al 100% del tesoro "Fintecna Finanziaria per i Settori Industriale e dei Servizi S.p.A" che ne detiene il 99% (e ne costituisce uno dei principali asset).

L'altra grande controllata del ministero dell'Economia, per fare un esempio comparativo, Finmeccanica (che opera sempre nel settore dell'alta tecnologia e della difesa), invece è controllata dal Ministero con una quota del 30% circa come socio di maggioranza relativa con Golden Share.

Secondo me per risanare Fincantieri (che oramai si salva solo grazie alle controllate estere che permettono gli introiti necessari per mantenere il ramo italiano) e per evitare che diventi in futuro un costo per il cittadino bisogna procedere in questo modo:
-Scorporo delle produzioni militari da quelli civili, passando le produzioni militari al gruppo Finmeccanica sotto forma di azienda controllata con la creazione di un centro di ricerca navale militare specializzato. In questo modo si aumenterebbero le economie di scala nel settore delle produzioni militari e al contempo si immetterebbe completamente Fincantieri in un ambito di mercato aperto (le produzioni militari hanno ancora una forte componente protezionistica).
-Dismissione dei cantieri più obsoleti e con minore capacità di espansione (sia nel settore civile che militare)
-Rimodernamento ed eventuali ampliamenti e aggiustamenti dei cantieri che verrebbero mantenuti
-Forte potenziamento delle attività di ricerca per migliorare la qualità dei prodotti
-A questo punta una volta risanata almeno la struttura di Fincantieri si può pensare di cominciare a ridurre la quota di partecipazione del ministero del Tesoro portandola ad una situazione simile a quella di Finmeccanica con quote di maggioranza relativa permettendo l'immissione di capitali privati e rendendola quindi più flessibile in rapporto al mercato navale, ma al contempo mantenendo una quota di controllo relativa.
-In un secondo momento ciò permetterebbe anche di ridurre ulteriormente la partecipazione statale (anche perchè scorporando il settore militare, Fincantieri perderebbe molto del suo valore di bene 'strategico'), ma permettendo allo stato di uscire dalla faccenda non in perdita, ma con utili netti anche in rapporto ai costi che si sono supportati negli anni.


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