diritto al lavoro e crisi economica

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diritto al lavoro e crisi economica

Messaggio Da Ospite il Mer Apr 20, 2011 9:40 am

Ciao a tutti. Ieri sera si è tenuto il secondo incontro della serie COSTITUIAMOCI a cui prendo parte, si è parlato di Diritto al Lavoro e di economia in generale.. Vi riporto il riassunto della serata perchè penso sia stata interessante, il prof. Comito conosce da vicino la FIAT e ci ha inoltre parlato della crisi e delle economie emergenti. Spero sia un approfondimento gradito Very Happy

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Secondo incontro “COSTITUIAMOCI”, padova 19 aprile 2011

Si è parlato di Diritto al Lavoro e lavoro nei più ampi aspetti col prof. Vincenzo Comito dell’Università di Urbino, attualmente consulente aziendale e docente di finanza aziendale presso l'Università di Urbino; tra le sue pubblicazioni si segnalano "Storia della finanza d'impresa", Utet Libreria, Torino, 2002 e "L'ultima crisi: la Fiat tra mercato e finanza", Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2005.

Nell’introduzione da parte di Marco del sindacato degli studenti, organizzatore dell’incontro, si è ribadita la connessione tra mondo del lavoro e mondo della formazione, sottolineata anche negli scorsi mesi sul piano delle proteste nel Paese. La precarietà è un fenomeno che riguarda tanto lavoratori quanto studenti, i quali debbono essi stessi svolgere attività precarie per permettersi lo studio, o sono obbligati a prestazioni di stage.

Nella prima parte dell’intervento il professor Comito ha parlato della FIAT, che studia ormai da quarant’anni, delineando in poche parole la sua storia.
Perché si parla tanto di FIAT? Perché il settore auto è in tutto i paesi europei uno dei più importanti a livello occupazionale. Basti pensare che garantisce alla Germania il 10% della sua occupazione. In Italia siamo invece al 6% circa, comunque una fetta importante di occupati. La storia della FIAT è quindi in qualche misura anche storia d’Italia: lo sviluppo dell’industria nel dopoguerra è lo sviluppo stesso del Paese. L’industrializzazione dell’Italia è stata pianificata alla FIAT, ci ha raccontato il docente.

Durante lo sviluppo nel dopoguerra, molti meridionali sono emigrati a Torino per cercare lavoro. Nessuno però si è curato di costruire per loro forme di accoglienza, come ospedali o scuole. Allora il dirigente della FIAT era il ragionier Valletta, e gli agitatori-sindacalisti in FIAT venivano messi in una specie di “isolamento”, ovvero non lavoravano in linea con gli altri operai, ma erano tenuti lontani.
Negli anni ’60 vi fu una crisi di mercato, con l’arresto dello sviluppo del mercato dell’auto. Lo sviluppo dal dopoguerra agli anni ’60 ebbe un ritmo altissimo, un’ondata di industrializzazione destinata a placarsi, attestandosi su livelli minori.
Negli anni ’70 le numerose agitazioni sociali che diamo per conosciute.
Negli anni ’80 vi fu una buona ripresa della produzione, con la FIAT in competizione con la VOLKSWAGEN per il primato europeo.
Dagli anni ’90 ai primi anni del 2000 la gestione Romiti ha portato a una situazione aziendale disastrosa.
nel 1990 venivano prodotte 1 milione 900 mila auto
nel 2010 ne sono state prodotte soltanto 600 mila
Dobbiamo inoltre tenere in conto che l’Italia ha una crescita tra le più basse del mondo.
La gestione Marchionne ha fatto recuperare all’azienda, tuttavia la sua attuale strategia prevede di puntare alla creazione di un polo Chrysler-Fiat, spostando il centro occupazionale a Detroit, con la conseguente perdita di posti di lavoro in Italia.
Il gruppo Fiat non ha grandi margini di riuscita in quanto manca di una rete di vendita nel mondo, ad esempio non è presente in Cina, il mercato di riferimento, più importante del mondo, inoltre i suoi marchi non sono molto conosciuti. Puntando su auto di categoria bassa con Fiat e alta con Chrysler, manca totalmente una categoria di auto media-alta, la fascia più interessante a livello economico.
Parlando però di diritto al lavoro in senso stretto.. Nessuno in Europa aveva osato un’azione così perentoria come il Diktat di Marchionne, una sorta di “prendere o lasciare”. L’abolizione dei diritti viene ora chiamata innovazione e modernità. In Europa tuttavia il modello è di contrattazione sindacale, al contrario dell’America dove la relazione è tra Azienda e singolo, dove risulta difficile una qualsiasi contrattazione. Il modello tedesco, per esempio, è di flessibilità interna, ossia si tende a non licenziare il personale, bensì si cercano accordi all’interno. La flessibilità esterna proposta da Marchionne invece prevede una precarizzazione dei contratti.
( Il professor Comito ci propone a più riprese di prendere il primo aereo per Shangai, dove ci sono prospettive occupazionali più concrete. )

Domanda: il settore dell’auto non risente di qualche accenno di cedimento? Si prevede forse in futuro un decadimento della sua importanza?
R: Il prof. Comito ci risponde che il settore auto pesa ancora molto, non ci sono sintomi di sfaldamento del mercato. I soldi attualmente si fanno ancora, vendendo nei paesi emergenti, e in Cina. Il processo di riduzione dei consumi e dell’inquinamento non è ancora un interesse costante, il mercato sembra che andrà avanti nonostante qualsiasi preoccupazione sul combustibile fossile. Il petrolio mantiene la sua funzione, aumenterà solo il prezzo. (Saremo davvero d’accordo nel pagare la benzina a 3-4 euro il litro?)

Domanda: non ci sono delle possibili operazioni legali, visto che gli accordi proposti da Marchionne sembrano anticostituzionali?
R: Ci sono dei ricorsi, sì, e probabilmente verranno vinti, tuttavia molti dei punti proposti da Marchionne, tolti i più lesivi, sono stati ad esempio accettati in accordi del settore chimico senza che ci sia stata protesta né scalpore mediatico.

Viene ribadito che la situazione economica globale volge a favore dell’est del mondo. A Pechino il 15 aprile 2011 si sono riuniti i paesi del BRIC (Brasile India Russia Cina), che dichiarano di aver preso ormai il controllo del destino dell’umanità. E c’è da crederci, considerati i milioni di persone entrate con loro nel mercato mondiale.. Questo ha portato senz’altro alle grandi pressioni sulla forza contrattuale dei lavoratori occidentali. Pertanto possiamo dire che la globalizzazione non ha come effetto l’aumento dell’occupazione, tutt’altro. Assistiamo a una polarizzazione del mercato del lavoro, dove si riduce la fascia media di reddito in favore dei due estremi, i più poveri con un reddito basso e i più ricchi con compensi altissimi.
In generale dunque a livello mondiale i rapporti di forza si sono spostati a favore dei capitalisti e non certo dei lavoratori. Oggi insomma i capitali, la capacità industriale, tecnologica, le risorse sono tutte a Oriente. Non si parla più infatti di vestiti copiati o altro: la Cina nel 2019 si stima che sarà la prima potenza scientifica del mondo. Anche l’aumento di vita nei paesi sviluppati dal punto di vista economico è un’aggravante di peso.

Si parla di ripresa post-crisi, ma questa non è certo avvenuta in Italia, che conta una crescita annual del P.I.L. dell’1%..che non può essere considerata tanto una crescita quanto piuttosto un ristabilirsi, alacremente, suoi livelli raggiunti attorno al 2004, prima della crisi.
A livello Europeo si discute di patto di Stabilità. La crisi del neoliberismo, insomma, porta ad un altro accanimento neoliberista. Vengono imposti programmi di riduzione del debito ai paesi come la Grecia e l’Irlanda, tagliando sui servizi pubblici. Questo tuttavia non può che acuire la crisi: riducendo i servizi pubblici e i redditi, chi comprerà le merci?

La crisi di cui tanto parliamo è stata censurata, non ha nome..qualcuno ne conosce il nome? CRISI ATLANTICA è il nome dato dagli asiatici, e a ragione. Viene vista quindi come una crisi complessiva del sistema economico (ma non solo economico) occidentale. C’è dietro, certo, una crisi della domanda. La rivoluzione di Reagan e della Tatcher aumentò il reddito dei ricchi, con una stagnazione dei redditi dei lavoratori. Per far fronte alla mancanza di reddito, è stato aumentato il credito, ovunque, per sostenere la domanda. Tuttavia oggi, con i tagli europei al pubblico, in cosa possiamo fidare? Nell’iniziativa privata?
Il debito pubblico ufficiale U.S.A. si aggira sui 14000 miliardi di dollari, limite stesso imposto per legge. Eppure negli U.S.A. i più ricchi pagano delle tasse in proporzione molto più basse dei meno abbienti. Ovvero, se sei un po’ meno ricco, paghi un po’ di più.
Secondo l’ISTAT l’occupazione in Italia si aggira sul 58%, contro una media OCSE del 66%. L’Italia ha inoltre il triste primato dei morti sul lavoro rispetto agli altri paesi occidentali.

Prospettive dunque?

Domanda: è possibile che un sindacalismo internazionale sia la risposta?
R: E’ vero che un sindacalismo diffuso diminuirebbe la possibilita’ di de localizzare le attivita’ per i nostri imprenditori, e che potrebbe portare a un maggior rispetto dei diritti, ma attualmente i sindacati europei sono debolissimi, non hanno alcun peso.

Domanda: forse auto-organizzarsi il lavoro, creandoselo, soprattutto tra giovani? Se sì in quali ambiti e con quali forme sarebbe ideale?
R: Certo può essere un’idea, ma non aspettiamoci che possa influire su una fetta significativa di occupati. Servirebbe un sostegno governativo, una spinta, delle agevolazioni. La forma giuridica in sé non è particolarmente importante, anche se certo le cooperative possono dare delle sicurezze e agevolazioni diverse dalle forme societarie.

La politica europea è dettata dalla Germania, che ha un’economia in crescita, in quanto esportano in gran parte verso la Cina. Un operaio FIAT in italia prende mediamente 1200 euro mensili a fronte dei 2600 di un operaio FIAT in Germania.

Per terminare.. Qualche prospettiva di sviluppo? Possibili vie d’uscita?
(a questo punto dell’incontro pare difficile trovare spazio per l’ottimismo)

L’economia verde può essere una via percorribile, non però la decrescita che per Comito è un modello reazionario. Va senz’altro potenziata la ricerca anche da applicare in campo industriale.

Domanda: e se provassimo a lavorare tutti di meno?
R: Un tentativo era stato fatto in Francia, proponendo di lavorare 35 ore a settimana, aumentando così l’occupazione. Questo però non ha avuto effetti rilevanti, non sappiamo se per inefficacia della proposta o se per cattiva applicazione della stessa.

Domanda: come mai la Decrescita per lei è sbagliata?
R: Perché concretamente, non esiste. Nessuno ha pensato a come attuarla. Chi deve decrescere? Come? Non è applicabile, è soltanto un’idea al momento.

L’informatizzazione sembrava prometterci la riduzione del carico di lavoro, invece non è stato così, anzi: ha aumentato la nostra dipendenza (rispondere alle e-mail di lavoro da casa, essere sempre reperibili sul cellulare,etc…)

..Ci lasciamo ribadendo che noi giovani vogliamo costruire l'alternativa alla fuga, sarà la nostra generazione, che decide di restare in Italia, a dover pensare delle innovazioni e a portare un cambiamento.

Ospite
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Re: diritto al lavoro e crisi economica

Messaggio Da Ospite il Mer Apr 20, 2011 10:20 am

Come al solito approfondimento graditissimo.

Mi sento in particolare di quotare tale passaggio (insieme al 'lavorare meno' successivo)


Domanda: come mai la Decrescita per lei è sbagliata?
R: Perché concretamente, non esiste. Nessuno ha pensato a come attuarla. Chi deve decrescere? Come? Non è applicabile, è soltanto un’idea al momento.


Oh! Finalmente una risposta (altamente distruttiva, come piace a me ^^ ) su sta teoria che però continua a mietere tanto consenso (tanto ognuno può interpretare la 'decrescita' come gli pare: parlate con 10 'decrescisti' e avrete 10 teorie e pratiche completamente diverse...)

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Re: diritto al lavoro e crisi economica

Messaggio Da Ospite il Mer Apr 20, 2011 5:42 pm

Ti diro' l'idea della Decrescita mi affascina totalmente, il problema concreto è appunto: come?

La mia risposta è che, come ogni processo importante, complesso e lungo, non c'è una formula magica, o matematica.

Si tratterebbe insomma a mio parere piu' di iniziative di gruppo, dal basso, diversificate e che vanno allargandosi tantissimo man mano che la gente capisce il meccanismo, e realizza che e' giusto attuarlo. Un piano ben studiato e concertato tra nazioni non lo fara' mai nessuno, perche' non c'e' interesse a farlo per chi governa.

L'attuale sistema economico è dominato dalla finanziarizzazione dell'economia, dalle banche quindi, Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che sono tra l'altro in mano a dei privati ricordo.. Si ricordi anche che il denaro in uso adesso (tanto dollaro quanto euro) è svincolato da un valore in oro o altro metallo prezioso, pertanto gli Stati hanno dato del valore, in cambio di "carta straccia"..e quando chiedono di stampare altra "carta straccia", non fanno altro che indebitarsi.. Ok, l'ho spiegato da cani e in maniera approssimativa, ma il concetto è che il denaro stesso e il sistema di credito-debito attuale è profondamente ingiusto. Quindi si parla proprio delle fondamenta dell'economia. A livello ancor piu' concreto invece, la produzione fondandosi sul surplus di prodotti e sull'acquisto di questi prodotti, è anch'essa un meccanismo profondamente contorto e iniquo, ovvero "non si produce quello che serve", ma "serve che si compri sempre quello che si produce". L'obsolescenza programmata è un esempio lampante: i prodotti devono rompersi, avere una durata bassa.

Quindi anche nella cosidetta economia "reale" che riguarda la produzione abbiamo dei principi totalmente distruttivi a mio parere.. Perchè esauriscono le materie prime, perchè portano a inquinare, perchè ci fanno avere uno stile di vita improntato alla corsa all'acquisto, e non ad altre attività piu' edificanti.

In questo quadro mondiale, la decrescita intesa come (uso parole mie) "diminuzione della produzione e dei consumi atta a migliorare la qualita' della vita" è qualcosa di totalmente auspicabile.. Del resto la nostra crisi ci ha dimostrato che non possiamo piu' andare avanti così..non funziona, anzi, è dannoso. Bisogna mettere al primo posto i valori fondamentali quali il rispetto delle persone, e la loro salvaguardia, percio' non possiamo tagliare sui servizi pubblici solo perchè "costano". Non è accettabile che la vita delle persone sia peggiorata da esigenze "economiche" che ci siamo inventati, perciò "finte, inconsistenti", ma che purtroppo hanno un peso tangibile e distruttivo..

Dobbiamo ridisegnare la nostra concezione di economia, a mio avviso... Non certo tornare a cacciare con l'arco e le frecce, ma di certo tornare ad essere piu' umani e meno "macchine da consumo".

Detto questo.. è una teoria applicabile adesso? No.
Per questo motivo dobbiamo dimenticarcene? Secondo me no. Tenere presente un obiettivo, o meglio degli ideali (dare piu' peso alla qualita' della vita e di meno agli interessi dell'economia) è importantissimo. Ovviamente non potremo raggiungere il traguardo adesso, ma cerchiamo di avvicinarci il piu' possibile. Io sono dell'idea che bisogna puntare al massimo, piano piano per passi concreti, e poi se non ci si arriva, beh, di certo si sara' migliorati comunque. ^^ che questo poi lo chiamiamo decrescita, green economy, attenzione all'individuo o alla terra, è uguale


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Re: diritto al lavoro e crisi economica

Messaggio Da Ospite il Mer Apr 20, 2011 8:43 pm

Più che di decrescita forse sarebbe più corretto parlare di crescita sostenibile allora con conseguente 'ridisegnamento' dei consumi verso consumi più sostenibili e eticamente corretti (il problema della obsolescenza programmata: il frigorifero comunque ce ne abbiamo bisogno, magari non però che si sà già che dopo 5/8 anni è da buttare, quindi si ha sì una diminuzione dei consumi complessivi, ma non degli standard di vita).

D'altronde molti associano alla parola decrescita un taglio netto dei consumi (e va da sè che i fondamenti teorici di questa teoria sono tanto vaghi da lasciare aperta quasi ogni lettura) e altre mille varianti del caso, c'è chi associa il termine decrescita ad esempio esclusivamente ad alcuni settori e non altri, ecc..

Comunque tu mi dimostri quel che dicevo: 10 persone che parlano di decrescita, 10 concetti diversi visto che da te ho sentito ancora una variante diversa di questo concetto Very Happy

Non me ne volere, ma secondo me il concetto di decrescita, anzi la parola stessa, è piuttosto abusata ed usata a sproposito, in quanto parola molto forte indubbiamente, anche come impatto che oserei dire mediatico, per questo storco il naso a sentirla in quanto anche molto strumentalizzata più per l'impatto che ha, che per i valori o i concetti che si nascondono dietro di essa.

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Re: diritto al lavoro e crisi economica

Messaggio Da Ospite il Gio Apr 21, 2011 6:03 pm

ma infatti io non sono minimamente attaccato alla parola decrescita ^^ diciamo che "va di moda"

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Re: diritto al lavoro e crisi economica

Messaggio Da Ospite il Gio Apr 28, 2011 11:22 am

Tra l'altro pensavo che questo report e quello sull'istruzione sarebbero perfetti come articoli per l'Effemeride: che ne diresti di rivedere un attimo questi report per trasformarli in due articoli? Fondamentalmente necessiterebbero solo di una revisione di forma e dell'aggiunta di una breve introduzione e conclusione.

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Re: diritto al lavoro e crisi economica

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